La guerra dei brevetti è una tassa sullo sviluppo « Mazzetta

La guerra dei brevetti è una tassa sullo sviluppo « Mazzetta.

 

La patent war sale di tono e le leggi in tema mostrano i loro limiti.

 

Liberare il software è ormai una necessità.  

 

Un lungo pezzo del The New York Times ritorna sul tema dalla guerra dei brevetti nel campo dell’ITC e sull’evidente necessità di un riforma del sistema che plachi gli abusi dilaganti. Incidentalmente l’inchiesta affonda nelle carni di Apple, che di questa moderna guerra a colpi di citazioni in tribunale è un po’ il campione, in termini di numero di brevetti che controlla, del valore delle cause di cui è protagonista e dell’impatto che i suoi comportamenti hanno su tutto il settore e oltre.

L’origine di quella che emerge come una strategia abbracciata con forza dall’azienda di Cupertino è fatta risalire al fastidio che provò Steve Jobs nel soccombere a sua volta in tribunale e a dover pagare un centinaio di milioni di dollari a una società che aveva messo le mani su un brevetto, che i giudici giudicarono infranto da Apple. Con l’introduzione dell’iPhone sul mercato Jobs decise di brevettarne quante più parti fossero possibili e la strategia si è poi evoluta fino a brevettare le vetrine dei negozi della mela e oltre.

La tattica dei numerosi avvocati specializzati arruolati da Apple ha sfortunatamente impattato su un sistema di concessione dei brevetti largamente inadeguato e sotto-finanziato, per nulla preparato all’impennata di richieste degli ultimi anni, che ha concesso all’azienda la proprietà intellettuale, tra le altre,  su idee per niente inedite, e la novità sarebbe il principale requisito per ottenere un brevetto, e persino su prodotti già in produzione. Una strategia che ha approfittato della debolezza della sponda governativa e ha messo Apple e i suoi emuli in condizione di ostacolare il cammino dei concorrenti.

La ricostruzione della storia del brevetto numero 8,086,604 illustra perfettamente i limiti dell’attuale sistema e la tattica dell’azienda. Il brevetto riguarda un motore di ricerca ad accesso verbale o testuale che restituisce all’utente i risultati ricavati da internet, dalle memorie locali e dai dati recenti presenti sul dispositivo. Per dieci volte è stato rigettato in quanto ovvia variazione d’idee e prodotti già esistenti e Apple non ha mai presentato altro che un concetto, non una riga di codice o un programma funzionante. Per cinque anni e per nove volte Apple ha riproposto la richiesta di brevetto, fino a che non ha incrociato il caso giusto e alla fine del dicembre 2011 lo ha ottenuto.

Pochi mesi dopo quel brevetto, una spada di Damocle su tutta l’industria del settore, è stato usato in giudizio, dove un giudice ha riconosciuto una violazione di brevetto da parte di Samsung in quanto sui prodotti della casa coreana è presente il motore di ricerca di Google che offre l’accesso testuale e vocale, brevettato da Apple dopo che Google lo aveva già messo sul mercato.

La brevettabilità dell’esistente è esclusa dalla legge e dalla logica, eppure si verificano lo stesso casi del genere, peraltro non casualmente, nei quali qualcuno trae profitto sfruttando le falle del sistema. A un caso del genere si può porre rimedio contestando il brevetto, ma l’evoluzione tecnologica nel settore è talmente veloce che quasi sempre i giudizi arrivano a danni fatti, come nel caso di Samsung che ormai ha sostituito i prodotti bloccati o come nel caso di Vlingo, che nell’inchiesta del NYT incrocia i suoi destini con quelli del sistema SIRI di Apple. Se per caso un’azienda domani ottenesse il brevetto sull’idea della sedia invece che sul disegno di una sedia originale e nuova, difficilmente farebbe molta strada, ma nel settore dell’ITC invece questo accade, tanto che ad Apple sono stati concessi diversi brevetti del genere e che i suoi avvocati ne hanno ricavato un immediato vantaggio per l’azienda.

Apple non è comunque sola, ci sono anche i suoi principali concorrenti che si comportano in maniera simile e poi ci sono una miriade di soggetti che cercano di ricavare denaro persino dai brevetti dimenticati o comprati dai fallimenti. Una situazione del genere non può che condurre a un’implosione del sistema, che infatti è piagato dai costi imposti da un fenomeno che vede coinvolti tutti i principali  protagonisti del settore dell’elettronica. Il dato del settore degli smartphone, dove il confronto è più virulento, dice che quanto se ne va in queste liti equivale al 20% dei costi complessivi per ricerca e sviluppo, a tanto ammonta infatti la “patent tax”, com’è stato battezzato il pedaggio richiesto dalla novità, 20 miliardi di dollari solo negli ultimi due anni, l’equivalente di otto missioni su Marte fanno sapere gli americani. Soldi che se ne vanno per lo più in avvocati insieme ad enormi perdite di tempo e di energie, un sistema che di fatto favorisce i più robusti economicamente, che possono sopportare i costi di pesanti confronti legali e frustra proprio le piccole aziende innovative, che rischiano di essere letteralmente spazzate vie a colpi di brevetto.

L’industria e la politica di fronte a numeri del genere stanno finalmente realizzando che le ormai antiche critiche ai brevetti sul software sono fondate e che ci potrebbe essere bisogno di riforme profonde. Diversamente dai brevetti per i medicinali o per la meccanica, spesso quando si arriva al software ad essere brevettati sono i concetti. Non programmi realmente funzionanti e distinguibili da altri simili, ma la semplice idea dell’azione desiderata da un software, giungendo quindi a brevettare prodotti che nessuno è ancora in grado di realizzare o intere classi di prodotto che sono già sul mercato.  Seguendo questa  logica del quale  sarebbe possibile per le case farmaceutiche chiedere il brevetto per la cura del raffreddore prima di avere la minima idea di come conseguirla praticamente, il che rappresenterebbe un evidente ostacolo per chi volesse sviluppare una propria intuizione in quella direzione e per il progresso tecnico e scientifico in generale, oltre alla concessione di un vantaggio ingiusto in capo a soggetti che praticano forme di parassitismo legalizzate. Tutte risultanze evidenti anche osservando la rumorosa guerra dei brevetti.

La questione riguarda oggi principalmente il mercato americano, che però per le sue dimensioni e la sua capacità di ergersi ad esempio e di estendere le sue regole ben oltre i confini nazionali, assurge necessariamente a questione globale. Il problema politico è che si tratta d’invertire una tendenza alla difesa ossessiva della proprietà intellettuale da parte dei detentori d’immense concentrazioni di materiali coperti da brevetti o copyright, che negli ultimi decenni hanno commissionato a quegli studi legali innumerevoli proposte di legge culturalmente agli antipodi di quello che appare il necessario indebolimento del regime di protezione della proprietà intellettuale.

Inefficaci e di difficile realizzazione appaiono tutte le altre soluzioni proposte a margine dell’inchiesta. L’idea proposta dai dirigenti di Twitter, che non possiede brevetti, di una autoregolamentazione che veda i giganti del settore impegnarsi ad usare i brevetti solo in funzione “difensiva”, quindi come scudo da eventuali richieste temerarie, si scontra con l’esistenza di una battaglia globale per un mercato estremamente competitivo e dal valore incalcolabile. In più una tale determinazione non risolverebbe l’esistenza del fenomeno dei patent-troll, società impegnate ad ammassare brevetti all’ingrosso e poi a monetizzarle con minacce di denunce a raffica. Questi particolari attori della commedia dei brevetti non hanno infatti alcun interesse ad abbassare il livello dello scontro, a differenza dei protagonisti industriali del settore sono anche immuni da rappresaglie, visto che non producendo nulla non sono esposti al rischio di subire attacchi.

Se lo stesso Tim Cook ammette che “sono cose da pazzi” e che si tratta di uno spreco enorme, è inutile pensare di risolvere la situazione chiamando i pazzi a comportarsi come si deve o chi fa impresa a rinunciare a guadagni oggi legali. Così  sono inutili altri espedienti come la proposta dell’istituzione di pool di aziende che mettano in comune i brevetti in funzione difensiva, perché nella realtà pool del genere esistono già e sono attivamente impegnati nel ruolo di super troll dei brevetti,  dai quali si attendono generosi profitti. Per questo le uniche proposte realmente efficaci sono quelle che prevedono un indebolimento del regime dei brevetti, perché è chiaro che anche investire nel potenziamento degli uffici brevetti in costanza di un fenomeno del genere sarebbe come cercare di svuotare il mare con il cucchiaino e avrebbe effetto solo su una modesta parte del problema.

La proposta più radicale viene da un documento della Federal Reserve Bank di St. Louis, che propone semplicemente l’abolizione dei brevetti, perché in sostanza fanno più danni che bene. Altre proposte meno radicali chiedono una drastica riduzione della durata dei brevetti, che sarebbe coerente con la velocità dell’evoluzione della tecnica e limiterebbe drasticamente la praticabilità del patent trolling. Termini quindi flessibili a seconda del settore d’applicazione, che nel caso del software sarebbero decisamente ridotti.

Sia come sia, la necessità d’intaccare la quasi-sacralità del sistema dei brevetti per non devastare l’industria dell’elettronica e non accumulare anni di ritardo nello sviluppo tecnologico nelle aule di tribunale, dimostra l’irrazionalità e l’inefficacia di un tale regime alla prova della realtà. Per uno dei ricorrenti paradossi della storia, sembra quindi che il bastione della brevettabilità del software stia barcollando sotto i colpi della sua intima eversione da parte degli stessi attori economici che ne traggono enormi profitti. Dove non ha potuto la diffusione delle teorie sul software libero, sembra oggi potere l’intima insostenibilità del sistema a fronte dell’emersione di una platea di soggetti impegnati a cercare di trarre profitto in maniera sistematica dalle sue falle e dalle debolezze.

Pubblicato in Giornalettismo

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