L’eredità razzista. Cosa ci dice il mausoleo a Rodolfo Graziani | Giap

L’eredità razzista. Cosa ci dice il mausoleo a Rodolfo Graziani | Giap.

di Wu Ming 1

E’ accaduto il mese scorso. Ad Affile, piccolo comune a est di Roma, la giunta di «centrodestra» – chissà quando ci libereremo di quest’eufemismo! – ha inaugurato un sacrario dedicato a Rodolfo Graziani (1882 – 1955).
Graziani – che è sepolto nel locale cimitero – fu governatore della Cirenaica durante la «riconquista» fascista della Libia (1930-31), comandante del fronte sud durante l’invasione dell’Etiopia (1935-36), viceré d’Etiopia nel biennio 1936-37 e comandante delle forze armate della Repubblica di Salò durante la guerra civile del 1943-45.
L’edificio – di una bruttezza e mediocrità da rimanere soffocati – è costato 130.000 euro sborsati dai contribuenti, fondi che la Regione Lazio aveva stanziato per altro uso. Il Comune li aveva chiesti per la riqualifica del parco di Radimonte e per un generico sacrario “al Soldato”, progetto senz’altro discutibile ma non equivalente alla commemorazione di Graziani, che pare non fosse menzionato in nessun documento.
Il podestà Il sindaco Ercole Viri si è difeso dicendo che «ad Affile quando si dice “il Soldato” si intende solo Graziani». Ah, beh, non fa una piega.
Tutto questo in tempi di Spending Review – altro eufemismo narcotizzante – e lagne sul fatto che “non ci sono i soldi” per fare nulla.

All’inaugurazione, l’11 agosto, era presente un centinaio di persone, con tutto l’armamentario di camicie nere, simboli della X Mas, bandiere di gruppi di ultradestra e di correnti del PdL.
L’episodio ha causato proteste, interrogazioni parlamentari e un esposto alla Corte dei conti per distrazione di soldi pubblici. La stampa romana ha dedicato molto spazio alla controversia, un po’ meno quella nazionale. Sono usciti articoli su giornali e siti d’informazione britannici, spagnoli, francesi, tedeschi, svedesi, venezuelani, messicani, turchi, e una lunga corrispondenza da Affile è apparsa sul New York Times.

Stranamente, in nessuno di questi articoli (italiani o di altri paesi) abbiamo trovato riferimenti a una nota diceria, un’imbarazzante nomea che ebbe origine ad Addis Abeba e fluttua intorno a Graziani fin dal 1937. Per un’illusione prospettica rafforzata da vari scherzi della sorte, la leggenda abissina sembra trovare conferma in ogni episodio della sua biografia a partire da quell’anno.
Poiché questa parte della storia non l’ha ricordata nessuno, abbiamo deciso di farlo noi, cogliendo la palla al balzo per dire la nostra su tutta la vicenda.

1. O Norimberga… o Affile

Graziani era cresciuto ad Affile – dove il padre era medico condotto – e tornò a viverci nel dopoguerra, dopo essere uscito di prigione. Al fresco non c’era rimasto a lungo: lo avevano condannato a diciannove anni di galera per collaborazionismo coi nazisti, ma aveva scontato soltanto quattro mesi.
Il sindaco Viri ha detto di aver voluto onorare Graziani soprattutto «in quanto affilano». Nei comunicati della giunta, l’ex-Viceré d’Etiopia è definito «uno dei personaggi più illustri di Affile»,  e senz’altro quello del Maresciallo/Macellaio d’Italia è il nome più celebre che il piccolo comune della Valle dell’Aniene possa vantare (si fa per dire).

Porre l’attenzione sulla celebrità può far capire una cosa importante: non si tratta solo di apologia del fascismo – che è esplicita ed evidente, basta dare un’occhiata al sito del Comune – o di tarda nostalgia delle colonie (nel dopoguerra persino molti nostalgici si tennero alla larga da Graziani, per i motivi che spiegheremo tra poco). No, c’è anche dell’altro, ossia la tipica ideologia da reality: l’importante è che uno diventi famoso, non importa per quale motivo. Graziani «illustre concittadino» vale allora Fabrizio Corona, vale l’ultimo cantantucolo da talent show, ma vale anche Erika e Omar, Olindo e Rosa, Anna Maria Franzoni e altre «star» della cronaca di questi anni, tutta gente che in galera riceve posta da ammiratori.
Ecco, forse Olindo e Rosa sono quelli che più rendono l’idea. Con la differenza che Graziani operò su ben altra scala.

Nel tentativo di giustificare il tributo a Graziani, il sindaco Viri ha donato al mondo diverse altre “perle”. Per esempio, ha dichiarato:

«Graziani non fu un criminale di guerra, tanto è vero che non fu condannato a Norimberga.»

Viri finge di non sapere – o forse non lo sa davvero? – che a Norimberga si tennero i processi ai criminali di guerra tedeschi per atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale. Nessuno degli imputati era un nostro connazionale, Graziani non comparve davanti a quella corte e l’istruttoria non riguardava le aggressioni fasciste a Libia, Somalia ed Etiopia.
Il fatto che Graziani non sia stato condannato a Norimberga è dunque un non-argomento, una supercazzola con scappellamento a centrodestra come si fosse ariani.
E’ come dire che Donato Bilancia non era un serial killer perché non fu condannato al processo contro il mostro di Milwaukee.

Una Norimberga italiana non vi fu mai, nonostante i paesi aggrediti dall’Italia fascista avessero presentato all’ONU una lista dei nostri massacratori e genocidi (in tutto 1200, attivi sui vari teatri di guerra).
Per motivi legati alla realpolitik post-bellica i vari Graziani, Badoglio, Roatta, Pirzio Biroli (che non avevano nulla da invidiare ai cugini germanici Himmler, Goering, Kappler, Ohlendorf) la passarono liscia.

Diversi storici si sono occupati di questo tema. In calce all’articolo forniamo una bibliografia scelta e proponiamo alla visione un noto documentario della BBC, Fascist Legacy (*).

2. Il laboratorio di Graziani

In Cirenaica e in Etiopia, l’uomo oggi celebrato dal Comune di Affile ordinò enormi stragi di civili e deportazioni di massa che coinvolsero donne, vecchi e bambini.
Già in Cirenaica si fece la reputazione di macellaio: per isolare i guerriglieri dalla popolazione aprì campi di concentramento nel deserto – sedici in tutto – e ci mandò a morire decine di migliaia di civili. Sterminò le mandrie e bruciò i raccolti. Represse la resistenza usando aggressivi chimici e innalzando un tale numero di forche da far scrivere a Ugo Pini: «Di impiccatori ce ne furono dappertutto ed in nome di tutte le patrie o quasi, ma Graziani ne divenne modello inappuntabile.»
Il colpo più spettacolare lo mise a segno nel settembre 1931, quando catturò e, dopo un processo sommario, fece impiccare il più importante capo della guerriglia senussita, il settantenne Omar al-Mukhtar. L’esecuzione avvenne nel campo di concentramento di Soluch, di fronte a ventimila internati.

Tuttavia, l’apice – o l’abisso – della sua carriera di aguzzino Graziani lo toccò nel biennio che trascorse in Etiopia (all’epoca chiamata Abissinia).

La conquista dell’Abissinia, anche se il Duce la spacciò agli italiani come totale e definitiva, fu sempre precaria e non riguardò mai più di un terzo del Paese. Al principio del suo viceregno, Graziani era praticamente bloccato ad Addis Abeba e assediato dagli Arbegnuoc, i partigiani etiopi.
L’uomo del mausoleo di Affile ricorse alla repressione in modo forsennato, facendo bombardare i territori non sottomessi con armi chimiche come l’iprite (che causa orrende piaghe su tutta la pelle), il fosgene (che blocca le vie respiratorie) e le arsine (che distruggono i globuli rossi).
Nel mentre, i plotoni di esecuzione lavoravano senza sosta. Tutta la classe dirigente dei Giovani Etiopi (l’unico movimento che in Etiopia si avvicinasse a un moderno partito politico) fu sterminata. Al fine di terrorizzare la chiesa copta, pilastro della comunità locale, venne condannato a morte l’abuna Petros, il giovane vescovo di Addis Abeba, che cadde sotto il fuoco di otto carabinieri. Graziani fece rapporto a Mussolini con un telegramma:

«La fucilazione dell’abuna Petros ha terrorizzato capi e popolazione… Continua l’opera di repressione degli armati dispersi nei boschi. Sono stati passati per le armi tutti i prigionieri. Sono state effettuate repressioni inesorabili su tutte le popolazioni colpevoli se non di connivenza di mancata reazione».

Il 19 febbraio 1937, i partigiani tentarono di uccidere il Viceré. Per festeggiare la nascita del Principe di Napoli (sì che lo conoscete, è lui), Graziani aveva deciso di distribuire un’elemosina ai poveri e agli invalidi della città. La scena doveva svolgersi nel cortile del suo palazzo. Nella folla di mendicanti si infilarono Abraham Deboch e Mogus Asghedom, due giovani venuti dall’Eritrea per unirsi alla resistenza anticoloniale.
Da sotto i mantelli, Deboch e Asgedom trassero alcune bombe a mano, le scagliarono contro il futuro idolo del sindaco di Affile e approfittarono del caos generale per fuggire.

Graziani fu investito da una pioggia di schegge, ma sopravvisse. All’attentato seguì una rappresaglia violentissima contro la popolazione locale, un linciaggio indiscriminato. Addis Abeba fu messa a ferro e fuoco da orde di italiani e le vittime furono migliaia. I morti ammazzati non avevano a che fare con l’attentato, si trattava semplicemente di dare una lezione ai negri. Ecco la testimonianza dell’inviato del “Corriere della Sera” Ciro Poggiali, contenuta nel suo diario segreto pubblicato solo dopo la sua morte:

«Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio [frusta di nervo di bue, n.d.r.] come un gregge. In breve le strade intorno al tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente». (Diario AOI 15 giugno 1936 – 4 ottobre 1937, Milano, 1971, pp.179-185.)

In seguito, il più illustre dei cittadini di Affile si convinse, sull’unica base di una diceria, che gli attentatori si fossero rifugiati nel monastero copto di Debra Libanos, e diede forse il più terribile dei suoi ordini: sterminare chiunque si trovasse in loco. Monaci, pellegrini e giovani seminaristi (ragazzini anche di tredici-quattordici anni) furono massacrati a colpi di mitragliatrice. I morti furono duemila. Le vittime, portate a gruppi di venti-trenta sull’orlo di un dirupo a Laga Wolde, venivano incappucciate e fatte inginocchiare l’una accanto all’altra.

Proviamo a immaginare la scena: bambini terrorizzati, tremano, piangono, gridano, perdono il controllo di sfinteri e vescica… Non capiscono perché i bianchi stiano facendo questo. I monaci e i diaconi più grandi non possono nemmeno abbracciarli, perché sono legati. Da sotto il cappuccio, mormorano parole di conforto, invitano i più piccoli a pregare ma i ragazzini singhiozzano, non ce la fanno, poi la raffica di piombo rovente brucia la carne e spegne pianto e preghiera.

Le mitragliatrici spararono per cinque ore, quasi senza sosta. I corpi furono gettati nel dirupo. Al comando delle truppe che commisero la strage c’era il generale Pietro Maletti.
Le stragi perpetrate in Italia dalle SS, come Marzabotto o le Fosse Ardeatine, al confronto quasi impallidiscono.
L’eroe degli affilani fece rapporto a Mussolini rivendicando «la completa responsabilità» di quella «tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia». Nel suo dispaccio, si disse fiero di

«aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’abuna all’ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono la necessità di desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti».

Come ha scritto Angelo Del Boca, in quei mesi «l’Italia fascista [fece] un salto di qualità […] Se non altro, l’impero d’Etiopia si [rivelò] uno straordinario laboratorio, dove un popolo cosiddetto civile sperimentava i suoi istinti più bassi e le tecniche del genocidio.»

Agli occhi della popolazione etiope, Graziani si dimostrò uomo senza onore a tutti i livelli: garantì sul proprio nome al Ras Cassa Haile Darge che avrebbe graziato i suoi due figli – divenuti capi della resistenza – se si fossero arresi e avessero fatto atto di sottomissione, ma dopo essersi impegnato in tal senso, una volta catturati li fece fucilare.

3. La maledizione abissina

Non contento di tutto questo sparger di viscere, Graziani ordinò di sterminare cantastorie, indovini e guaritori, senza eccezioni, a cominciare da Addis Abeba. Sospettava che predicassero contro l’occupazione italiana (e ne avrebbero avuto ben donde!). Non era necessaria alcuna accusa formale, bastava che qualcuno avesse l’aspetto di un indovino o di una fattucchiera, o fosse sorpreso a cantare in pubblico.
Nel corso del 1937 i carabinieri fucilarono migliaia di persone. L’uomo del sacrario di Affile teneva il conto dei trucidati e, con toni di grande soddisfazione, aggiornava via telegrafo il Ministero dell’Africa Italiana. Il 19 marzo 1937 diede notizia del suo provvedimento, aggiungendo che gli eliminati erano già una settantina. Da quel momento in avanti, “telecronacò” a Roma una petulante, ragionieristica escalation: il 21 marzo le esecuzioni sommarie erano salite a 324, il 30 aprile a 710, il 5 luglio a 1686, il 25 luglio a 1878 e il 3 agosto a 1918. Ribadiamo che queste cifre le forniva Graziani di proprio pugno.

Secondo una tradizione popolare locale, ordinando quella mattanza a cielo aperto, Graziani si tirò addosso una gragnuola di maledizioni, cosa che lo trasformò in uno iettatore di prim’ordine, il classico «Re Mida al contrario». Veniva da una sequela di successi ma, da quel momento in avanti, tutto quel che toccò si disgregò come merda secca.

Noi siamo materialisti storici e non crediamo a simili superstizioni. Tuttavia, se per pura ipotesi ci credessimo, non potremmo che trarre una conclusione: l’influsso iettatorio dell’uomo celebrato nel mausoleo di Affile si trasmetterà al mausoleo stesso.
Sì, perché un conto è avere Graziani tumulato al locale camposanto, altra faccenda è dedicargli un sacrario in pompa magna, con tanto di fanfare, dubbio uso di fondi pubblici e polemiche mondiali. Ciò equivale a ravvivarne l’influsso. Chi muore giace e chi vive si dà pace, ma non si sveglia il can che dorme. Soprattutto quando si dice portasse iella (ai suoi).
Insomma, se la leggenda abissina fosse vera, su Affile e su chi ha speso in quel modo i soldi dei cittadini non tarderebbe ad abbattersi ogni sorta di disgrazia e sventura.

Per amore di completezza, va detto che Graziani dava già il nome a un parco di Filettino (FR), il suo paese natìo.
Sicuramente sono coincidenze, ma da quando ad Affile hanno inaugurato il sacrario, a Filettino è successo di tutto: come ad annunciare tempi nuovi, è arrivata una lieve scossa di terremoto, dopodiché  si sono rotti i collettori fognari (con sversamento di liquami nel fiume Aniene) e sono andati in cenere quindici ettari di bosco.

4. Una sequela di figuracce e fallimenti

La rabbia e il disgusto per i crimini di Graziani spinsero sempre più etiopi a unirsi agli Arbegnuoc. Per tutta la durata dell’impero di cartone di Mussolini (1936-1941), la guerriglia mantenne il controllo di ampie porzioni del Paese e godette di un vastissimo consenso. In pubblico questa verità era taciuta, ma quando comunicavano tra loro, le autorità se la dicevano senza peli sulla lingua. Nel maggio 1940, ben quattro anni dopo la proclamazione dell’Impero, il generale della milizia fascista Arconovaldo Bonaccorsi scrisse in un suo rapporto:

«Se in un punto qualsiasi del nostro Impero un distaccamento di inglesi e francesi stesse per entrare con una bandiera spiegata, avrebbe bisogno di ben pochi uomini poiché potrebbe contare sull’appoggio della maggior parte della popolazione abissina che si unirebbe a loro nella battaglia per combattere e scacciare le nostre forze».

Nel biennio 1936-37, durante il viceregno di Graziani, il dominio italiano fu ben lungi dal consolidarsi, anzi, si fece sempre più instabile. Il consenso per i nuovi padroni era scarsissimo e il Viceré iniziò a dare segni di squilibrio. A Roma se ne accorsero, anche in seguito a un bizzarro exploit «senza veli». Alla fine del 1937 lo rimossero dall’incarico, inviando ad Addis Abeba un viceré più moderato e molto diverso per carattere e reputazione, Amedeo di Savoia-Aosta. Ma questa è già un’altra storia.

Nel 1940, dopo la sfigatissima morte di Italo Balbo (abbattuto a Tobruk dal “fuoco amico” della contraerea italiana), Graziani gli succedette come governatore della Libia. Da lì, fu protagonista di una sfigatissima invasione dell’Egitto, terminata con un’umiliante sfilza di sconfitte per mano inglese. Dopo aver ripiegato sulla Libia, in pochi giorni perse l’intera Cirenaica e parte della Sirtica. Come già ai tempi dell’Etiopia, Mussolini andò su tutte le furie, lo destituì e fece aprire un’inchiesta sul suo operato.

Tornato in patria, Graziani rimase «parcheggiato» per due anni. In quel periodo dovette anche sopportare l’accusa di vigliaccheria, per aver diretto le operazioni da una tomba greca di Cirene, profonda trenta metri e lontana dal fronte centinaia di chilometri.
Accusa ingenerosa, a ben pensarci. Anche Mussolini, dopo aver deciso la Marcia su Roma al congresso fascista di Napoli, per dirigerla si era precipitato… a Milano. Più distante dalla zona d’operazioni, certo, ma più vicino al confine svizzero, perché non si sa mai.
Per non dire di Badoglio, che aveva diretto la Battaglia di Mai Ceu dal quartier generale di Endà Iesùs, quattrocento chilometri nelle retrovie, mentre l’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié era sul campo e per ore aveva manovrato di persona un cannoncino antiaereo Hoerlikon.
Graziani, imbucandosi a Cirene, si era solo attenuto a un principio-cardine della scienza militare fascista: quando la pelle si rischia davvero e non solo per modo di dire, gli ordini è meglio darli da molto lontano (**).

Dopo l’Armistizio del settembre 1943, nel Nord Italia occupato dai tedeschi nacque uno stato-fantoccio collaborazionista, la Repubblica Sociale Italiana. A Graziani venne offerto il comando delle forze armate. Ebbe molti dubbi se accettare l’incarico. Verosimilmente, gli veniva offerto col criterio del cerino acceso rimasto in mano: era l’unico grosso nome dell’esercito che non fosse passato dall’altra parte (come i paraculi maximi Pietro Badoglio e Mario Roatta) o non fosse prigioniero di guerra in Africa (come Guglielmo Nasi, che comunque, fosse stato in Italia, probabilmente avrebbe seguito Badoglio).
Graziani era un rattoppo e lo sapeva; ormai lo calcolavano un minchia, e sapeva pure questo. Troppo brucianti le sconfitte e troppo note le sue mattane, gli scatti d’ira, l’evidente complesso di persecuzione, per non dire delle foto in cui ballava nudo o mostrava la verga per dimostrare al Partito che ancora ce l’aveva. Non doveva essere ignota nemmeno la sua nomea da Mida all’inverso, ma davvero non c’era nessun altro.
Lo stesso Hitler lo accolse a Berlino dicendogli: «Sono spiacente che proprio a voi sia toccato un compito tanto ingrato».

Graziani, in quanto comandante in capo e autore dei bandi di chiamata alle armi, va ritenuto responsabile della fucilazione di ogni singolo renitente alla leva durante Salò. Fu uno dei più esecrandi protagonisti della guerra civile. Quel che aveva fatto ai partigiani senussiti in Libia e – con minori risultati – a quelli etiopi, cercò di farlo a quelli italiani. E’ più che evidente la continuità della sua condotta nelle diverse fasi della carriera. Pochi comandanti si sono trovati a dover reprimere le guerriglie di tre paesi diversi, una in fila all’altra.

Il 29 aprile 1945 Graziani si arrese agli Alleati, che lo fecero prigioniero e lo spedirono prima a Procida, poi in Algeria. Durante quella prima detenzione, scrisse tre memoriali auto-apologetici e auto-assolutori sul suo operato in colonia e nel corso dell’ultima guerra. Altri due li aveva scritti appena tornato dall’Etiopia, nella sua casa di Arcinazzo Romano. Sono testi zeppi di omissioni e panzane (tutte smontate dai documenti ufficiali scritti e firmati di suo pugno, come i dispacci inviati dall’Etiopia), ricostruzioni che – come ha scritto giustamente Del Boca – “lo coprono di ridicolo”.

Scontata la pena-lampo di cui si diceva, nel dopoguerra Graziani divenne presidente onorario del MSI, dove i più romantici lo consideravano una sorta di “zio eccentrico” e i più realisti una vecchia gloria un po’ patetica e molto d’intralcio, da lasciar parlare come si lasciano parlare i matti, senza prenderlo in considerazione per alcunché di pratico. Dopo due anni di omelie inascoltate, si ritirò a vita privata. Ecco come descrive quella fase un sito agiografico:

Nei primi giorni del gennaio del 1954 si svolse a Viareggio il IV congresso nazionale del M.S.I. ed il Maresciallo […] inviò un suo messaggio che tracciava quella che sarebbe dovuta essere la linea politica generale da seguire e gli obiettivi su cui puntare al fine di rilanciare il movimento. «Purtroppo il nobile messaggio, a lungo studiato, che conteneva la sintesi della sua lunga esperienza, destò pochissima impressione fra i congressisti, preoccupati solo della imminente elezione per il comitato centrale del partito. In sintesi, Graziani indicava, come scopo supremo da conseguire, la profonda modifica della Costituzione ciellenista, la quale, con il suo regime di partiti, rendeva penosa e artificiosa la vita politica dell’Italia. Ma molti si trovavano ottimamente nel regime della partitocrazia che concedeva ad essi, come deputati e senatori, una condizione assolutamente eccezionale sia economicamente, sia giuridicamente, quali privilegiati posti al di sopra di ogni legge […] Il Maresciallo, resosi conto dello stato d’animo del partito, così differente dal suo, si ritrasse dalla vita del movimento e, in generale, dalla vita cosiddetta politica».

Morì nel 1955, nel suo letto. In giro per l’Europa, molti come lui avevano trovato ben altra fine.

5. “Normalità” di Graziani

Va precisato che gli abusi appena descritti non furono soltanto eccessi personali. Non c’è capo militare italiano che in Africa non si sia macchiato di gravi crimini. Per molti versi Badoglio fu una figura anche peggiore, non a caso era in cima alla lista dei criminali di guerra italiani che l’Etiopia consegnò alle Nazioni Unite.
Il massimo responsabile politico e morale delle carneficine avvenute per mano fascista in Africa – e in Jugoslavia, Albania, Grecia e, dulcis in fundo, Italia – fu ovviamente Mussolini.
Con il suo boss, Graziani intratteneva un fitto scambio di telegrammi, leggendo i quali si vede come i due si «caricassero la molla» a vicenda, in una spirale di eccessi sempre più ubriaca di sangue. Ecco un telegramma di Mussolini a Graziani, datato 8 luglio 1936:

«Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e a condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma».

Ed ecco un telegramma del ministro delle colonie Lessona al viceré, datato 12 settembre 1937:

«Il Duce raccomanda che, non appena avrai forze riunite sufficienti, tu agisca con la massima energia contro i ribelli usando ogni mezzo, ivi compresi i gas».

Repressioni e atrocità furono connaturate alla guerra fascista e derivarono in modo logico e ovvio dalla decisione di aggredire l’Etiopia. La guerra del 1935-36 fu un’impresa spregevole, imbevuta di odio razziale come s’imbeve d’acqua sporca un rotolo di carta igienica caduto nel water. Tutta la popolazione italiana fu martellata da una propaganda abietta. I bambini divennero il target di operazioni come Topolino in Abissinia, disco edito dalla Columbia, uno dei 78 giri più venduti del Ventennio.

TOPOLINO: Appena vedo il Negus [fischio], lo servo a dovere. Se è nero lo faccio diventar bianco dallo spavento!
SERGENTE: Bravo, soldato Topolino!
[Rullo di tamburi]
TOPOLINO: Oh, finalmente si comincia!
COMANDANTE: No, non siate così impaziente, questo è il cannone di mezzogiorno.
TOPOLINO: Ma io ho molta premura. Ho promesso alla mia mamma di mandarle la pelle di un moro per farsi un paio di scarpe!
SERGENTE: Benissimo!
[Il comandante e il sergente ridono]
TOPOLINO: A mio padre manderò tre o quattro pelli per fare i cuscini della sua Balilla, e a mio zio un vagone di pelli perché fa il guantaio!

L’invasione dell’Etiopia fu programmata senza una reale conoscenza di quei territori e popoli, e il regime vi rimase impantanato. Inoltre, fu realizzata fuori tempo massimo, trenta-quarant’anni dopo lo «Scramble for Africa», la grande spartizione del continente tra Gran Bretagna, Francia, Belgio, Portogallo e Germania. I rapporti tra grandi potenze coloniali e popoli dominati si stavano ormai modificando e nelle colonie si formavano nuovi movimenti indipendentisti. Gandhi era già attivo, Kwame Nkrumah studiava negli USA, Jomo Kenyatta studiava alla London School of Economics. Il Duce e i suoi uomini nulla sapevano di tali sommovimenti, e la loro avventura imperiale fu un anacronismo.

Fu anche un’impresa costosissima, addirittura rovinosa per le casse dello Stato. Se si vogliono trovare le cause dell’inadeguatezza e mancanza di risorse con cui il regime si tuffò nella  seconda guerra mondiale, si pensi ai denari sperperati nel 1935-36 per garantire all’Italia “un posto al sole”.
Sperperati, perché il capitalismo italiano non ne trasse alcun vantaggio. Le terre conquistate si rivelarono deludenti sotto quasi ogni aspetto: per diverse ragioni, l’Etiopia non si prestava a diventare colonia di popolamento (come invece era stato promesso ai lavoratori italiani), né era particolarmente ricca di opportunità e materie prime sfruttabili.

Infine, la guerra d’Etiopia – insieme alla partecipazione fascista alla guerra civile spagnola, iniziata poco dopo – si rivelò fatale per la lucidità e capacità di giudizio di Mussolini: esaltato per aver messo la Società delle Nazioni di fronte al fait accompli, il Duce si persuase di poter dichiarare guerra a chiunque.

6. L’eredità razzista

Bancarotta e vanagloria non fanno un buon cocktail, e il sogno imperiale fascista fu demolito su più fronti, soprattutto in Africa e in Russia. Ma i mostri che quel sogno aveva creato e scatenato sono ancora tra noi.
Pochi sanno che le prime leggi razziali del fascismo riguardarono le colonie. Per esempio, il decreto legge n.880 del 19 aprile 1937 puniva i “rapporti di indole coniugale” tra bianchi e indigeni. E quando il Duce annunciò le Leggi Razziali per eccellenza, quelle del settembre 1938 che aprirono la strada alla persecuzione degli ebrei, giustificò la svolta con la necessità di mantenere l’Impero:

«Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime.
Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno» (Discorso di Trieste, 19/09/1938).

L’Impero africano del Duce lasciò in eredità al Paese un immaginario, una forma mentis e un armamentario retorico grevemente razzisti. Dopo la guerra, la classe dirigente italiana – civile e militare – si impegnò a sminuire, falsificare, rimuovere l’esperienza del colonialismo italiano, aiutata in questo da illustri opinion-maker come – nella storiografia – Renzo De Felice o – nel giornalismo – Indro Montanelli. Anche grazie alle memorialistica autoassolutoria di molti reduci, si imposero l’amnesia selettiva e la narrazione di un colonialismo italiano “diverso dagli altri”, perché noi italiani siam “brava gente”.
E così, le piaghe di quella storia e mentalità continuarono a suppurare sotto la pelle della “Repubblica nata dalla Resistenza”.
Il pus scoppiò in faccia agli illusi e impestò istituzioni e società civile a partire dagli anni Ottanta, quando l’immigrazione da paesi extraeuropei stimolò il risveglio di mostri rimasti “in sonno” per decenni.
Non abbiamo mai fatto i conti con il razzismo di ieri e le sue catastrofiche conseguenze, e questo ci impedisce di fare i conti coi razzismi di oggi.

Due o tre notti fa, Wu Ming 5 ha sognato che ad Affile si teneva un flash mob di massa con African Pride parade, un evento a metà tra festival reggae e illegal rave, con tanti dreadlocks, sound system con bassi a palla e gigantesche foto del Ras Tafari Hailé Selassié, negus neghesti d’Etiopia, Leone di Giuda e co-autore di War di Bob Marley (i versi della canzone sono tratti da un suo discorso). Il volto dell’uomo più odiato dal fascismo italiano riempiva il Parco di Radimonte.

7. Non solo Affile

Graziani non è certo l’unico criminale di guerra del quale si rimuovono le colpe per dedicargli monumenti, lapidi, vie o piazze. Si pensi a Badoglio, il cui nome resta appiccicato a quello del suo paese d’origine (Grazzano Badoglio, in provincia di Asti).

Un caso meno noto è quello del maggiore – poi colonnello – degli Alpini Gennaro Sora, che in Etiopia comandava l’VIII Brigata dell’ex-Divisione Pusteria. Nell’aprile 1939, Sora guidò uno dei peggiori massacri avvenuti sotto il dominio italiano, la strage di Zeret, occultata per decenni e scoperta solo pochi anni fa dallo storico Matteo Dominioni.
In quella circostanza, armi chimiche furono usate contro un gruppo di partigiani asserragliato in una grotta. Tra le oltre millecinquecento persone che il Regio Esercito voleva stanare c’erano moltissime donne, vecchi e bambini, perché si trattava delle “salmerie” di un contingente guerrigliero, rimaste isolate dal grosso dei combattenti. Gli Arbegnuoc erano spesso seguiti e accuditi dalle loro famiglie, che preparavano i pasti e curavano i feriti. Quando gli assediati, soffocati e sfigurati dall’iprite, si arresero e uscirono dalla caverna, tutti gli uomini (circa 800) vennero fucilati e venne disposta la deportazione di donne e bambini, molti dei quali erano comunque moribondi per gli effetti del bombardamento chimico.
A Foresto Sparso (BG), dove Sora nacque e morì, un monumento lo ricorda e gli Alpini vanno a rendergli omaggio.
Per aver osato vilipendere un eroe e – per suo tramite – l’intoccabile corpo degli Alpini, Dominioni (come già Del Boca nei quarant’anni precedenti) è stato attaccato e insultato. Da quando ha portato alla luce l’eccidio di Zeret, tra i suoi detrattori spicca – ma guarda un po’! – l’attuale presidente della camera Gianfranco Fini.

A Pietro Maletti, boia di Debra Libanos e fucilatore di bambini, è intitolata una via di Cocquio Trevisago (VA). E ormai non si contano più le vie dedicate di recente a gerarchi, ministri di Salò, redattori di riviste come “La difesa della razza”, razzisti di stato, collaborazionisti vari.

Sono tanti, gli Affile d’Italia, e dalle loro piazze, dalle loro sale consiliari, dai loro bar, continua a innalzarsi il motto – di conio americano ma apprezzato all’ombra di ogni campanile – “He may be a son of a bitch, but he’s our son of a bitch!”

Almeno, non lo commemorassero spendendo our money.


NOTE

* All’argomento abbiamo dedicato la conferenza Patria e morte. L’italianità dai Carbonari a Benigni, tenuta a Rastignano il 17 febbraio 2011, nel centocinquantenario dell’Unità d’Italia. In quell’occasione, abbiamo indicato tra le cause della mancata elaborazione del passato coloniale, fascista e collaborazionista un uso strumentale della Resistenza come… mito detergente, narrazione che ha sbiancato la coscienza al Paese.

** Più che codardi individuali, erano precursori di una codardia sistemica. Pensiamo agli odierni bombardamenti coi droni: macchine volanti senza umani a bordo, zero rischi per le forze attaccanti, distruzione seminata col massimo comfort. Poi ci si indigna se i bombardati diventano bombaroli kamikaze: a chi uccide senza mai rischiare la vita, rispondono sacrificando la vita per uccidere. E’ uno scambio simbolico (e un circolo vizioso).
Va ricordato che il bombardamento aereo lo abbiamo inventato noi italiani, nel 1911, durante la prima invasione della Libia.

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BIBLIOGRAFIA RAGIONATA

Sul colonialismo italiano in Africa, le ricostruzioni più complete – pionieristiche ma insuperate – restano quelle di Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale (4 voll.) e Gli Italiani in Libia (2 voll.) entrambe disponibili negli Oscar Mondadori.
Esistono però trattazioni più sintetiche (anche dello stesso Del Boca), certamente più adatte a una prima ricognizione, e molti testi più specifici o monografici.

Una potente narrazione della guerra d’Etiopia si trova in:
– Angelo Del Boca, La guerra d’Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo, Longanesi, Milano 2010.

Una ricostruzione delle operazioni militari in Etiopia fino al 1941 si trova in:
– Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’Impero. Gli Italiani in Etiopia, 1936-1941, Laterza, Roma/Bari 2008.

Sulla guerra chimica in Etiopia:
– Angelo Del Boca (a cura di), I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma 2007 (con saggi di Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Ferdinando Pedriali e Roberto Gentilli).

Per una biografia di Rodolfo Graziani, rimandiamo a:
– Romano Canosa, Graziani. Il Maresciallo d’Italia dalla guerra d’Etiopia alla Repubblica di Salò, Mondadori, Milano 2005.

Su Hailé Selassié consigliamo:
– Angelo Del Boca, Il Negus. Vita e morte dell’ultimo Re dei Re, Laterza, Roma/Bari 2007.

Sui crimini di guerra italiani e i motivi per cui i responsabili non furono perseguiti:
– Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Roma 2005.
– Costantino Di Sante, Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati, Ombre corte, Verona 2005
Molto chiaro e sempre consigliabile il documentario Fascist Legacy, realizzato nel 1989 per la BBC da Ken Kirby e Michael Palumbo. Alla data odierna, su YouTube si trova integrale con un doppiaggio italiano “casalingo” risalente ai tempi in cui era censurato in Italia (non è sempre facile da seguire, ma tanto di cappello a chi l’ha registrato!). Su Vimeo si trova con doppiaggio italiano professionale (fu infine trasmesso da History Channel e da La7 nel 2004) ma privo della seconda metà, cioè quella sulle scelte del dopoguerra.
[Aggiornamento 10/09/2012: dopo la pubblicazione di questo post, qualcuno ha meritoriamente caricato su YT la versione completa trasmessa da History Channel.]
Consigliamo anche di visitare il sito criminidiguerra.it.

Sulla rimozione post-bellica e la falsificazione del nostro passato coloniale, oltre al IV volume de Gli Italiani in Africa Orientale (intitolato “Nostalgia delle colonie”), consigliamo vivamente:
– Nicola Labanca, Una guerra per l’impero. Memorie della campagna d’Etiopia 1935-36, Il Mulino, Bologna 2005.

Sul rapporto tra colonizzazione italiana in Africa, leggi razziali e politiche di genere:
– Giulietta Stefani, Colonia per maschi. Italiani in Africa Orientale: una storia di genere, Ombre corte, Verona 2007
– Nicoletta Poidimani, Difendere la “razza”. Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini, Sensibili alle foglie, Carrù 2009.

La storia di Omar al-Mukhtar è raccontata nel film Il leone del deserto (1981), con Anthony Quinn nel ruolo del vecchio capo guerrigliero e Oliver Reed nei panni di un Graziani privo di accento ciociaro. Com’è noto, il film fu proibito in Italia da un veto governativo, perché “lesivo dell’immagine dell’esercito italiano”. Correva l’anno 1982.

Sul come e il perché eravamo andati in Libia, rimando anche alla seconda parte della conferenza di Rastignano, Tripoli, suol del dolore (Ieri è oggi).

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