Cosa c’insegna la Norvegia: Breivik non è un pazzo, è un fascista

Cosa c’insegna il caso Breivik « Mazzetta.

 

I giudici di Oslo hanno chiarito una questione che spesso nel nostro paese viene minimizzata.

Non è un folle Anders Behring Breivik, ma una persona che segue lucidamente un’ideologia e una scuola di pensiero ben radicata in Europa, la stessa che ha portato il continente alla Seconda Guerra Mondiale. Una guerra d’aggressione scatenata contro popoli ritenuti inferiori e che, coerentemente, condusse fino all’Olocausto. Un’ideologia razzista che prima d’allora aveva legittimato il colonialismo europeo in America, Africa, Asia e Oceania e in seguito, ancora per decenni, ha continuato a legittimare la politica dell’apartheid negli Stati Uniti come in Sudafrica.

Alle azioni e ai deliri del Breivik che rifiutavano l’essenza stessa della democrazia, il governo norvegese aveva promesso di rispondere con “ancora più democrazia” e si può ben dire che la promessa sia stata mantenuta. Non ci sono state folle di forcaioli ad accompagnare il processo, non ci sono state grida d’insoddisfazione nell’accogliere la condanna a 21 anni, la massima prevista per la legge norvegese.

Non si può che ammirare la Norvegia ed esprimere solidarietà ai norvegesi per la gestione di un caso eccezionale che ha profondamente scosso quel paese come mai era accaduto prima. Ma poi bisogna fare i conti con l’immensa differenza che separa quel paese e quella civiltà dalla nostra. Civiltà, la nostra, plasmata da tanti maestri del pensiero che subito si precipitarono a catalogare Breivik come un folle, a separarlo proprio da quell’ideologia che oggi i giudici norvegesi hanno riconosciuto come primo motore della strage. E forse, anche ad autoassolversi.

Ricordo il rantolo di Magdi (ormai) Cristiano Allam che, per nulla pentito di avere in passato sostenuto alcune delle tesi sbandierate da Breivik, si scagliò come il terrorista norvegese contro il “multiculturalismo”. Non era colpa di Breivik, che è un folle, si disse, ma del “Multiculturalismo che l’ha spinto alla follia turbando la sua quiete. Sul Foglio Giuliano Ferrara scrisse che “Non voleva scatenare una guerra etnico-religiosa“, Camillo Langone che lui è un fondamentalista diverso perché Breivik e luterano e mette le bombe, non come lui che tutti i giorni scrive le stesse cose di Breivik e che anche il quel pezzo non mancò di prendersela con l’immigrazione. Un servizio del TG1 attribuì la colpa della strage ai videogame, Pierluigi Battista sulle pagine del Corriere della sera si affrettò a dire che non era colpa di chi, come il suo giornale, aveva diffuso le stesse idee di Breivik facendo delle razzistate della senescente Oriana Fallaci un successo editoriale, disse Pigi che legare Breivik a quelle idee era “un’ipotesi complottista”.  

Vittorio Feltri arrivò persino ad accusare le giovani vittime di essere mollaccioni di sinistra, perché non si erano lanciati a decine sul killer. Decine di esercizi di terzismo ridicolo e insopportabile, con buona parte della destra di questo paese che cercò di smarcarsi da Breivik mentre ne ripeteva gli slogan, quegli stessi che ha diffuso nell’ultimo decennio ossessivamente, anche dalle tribune del governo. PDL, Lega Nord, AN, i politici di questi partiti giocarono in difesa, negando che ogni legame con un’ideologia che hanno cavalcato platealmente per anni e continuano a cavalcare.

Oggi questi dovrebbero fare i conti con la sentenza norvegese, che li espone nel ruolo di complici, di cattivi maestri, di brodo di cultura di un’ideologia suprematista e razzista che non si è mai sopita nonostante sia stata sconfitta e nonostante si sia resa responsabile di uno dei periodi più bui dell’umanità. La stessa ideologia che ha prodotto le carceri infami nelle quali deteniamo i migranti, privandoli della libertà personale senza che abbiano compiuto alcun reato, la stessa ideologia che spinge a dimenticare le condizioni disumane nelle quali costringiamo i nostri carcerati. La distanza dalla civiltà della Norvegia si può misurare visivamente anche accostando il carcere che ospiterà Breivik con i nostri istituti di pena, dove secondo i cialtroni della destra i nostri detenuti vivono “come in albergo” e “a spese nostre”. E sono conti che devono fare ancora di più in quanto sono gli stessi che, in prima fila, sono pronti ad accusare gli avversari di essere “cattivi maestri” quando qualche giovane sfascia una vetrina.

La sentenza con la quale i giudici norvegesi hanno condannato Breivik illumina il negazionismo criminale di questi commentatori che hanno plaudito ai rantoli razzisti di Fallaci e che ogni volta che nel nostro paese si scatena un pogrom contro gli zingari o una strage motivata dall’ideologia d’estrema destra ci raccontano che gli assassini sono stati provocati o che sono matti, mentre sui siti dei loro giornali scatta l’orgia di commenti a confronto dei quali Breivik appare un elegante ufficiale nazista, che si staglia sulle truppe che accompagnano gli ebrei, gli zingari e gli omosessuali ai forni.

Con questa sentenza l’Italia dovrebbe fare i suoi conti, li dovrebbero fare i suoi media e quei giornalisti che passano il tempo a soffiare sul fuoco dell’odio e poi a giocare ai negazionisti quando la follia razzista divampa. La battaglia contro il nazifascimo non potrà dirsi vinta fino a quando comportamenti del genere avranno cittadinanza nel nostro paese.

Pubblicato in Giornalettismo

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