Federico mio fratello

 

Federico mio fratello | sentogentepensocose.

 

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Succede che in un afoso sabato sera d’inizio estate all’indomani della sentenza che conferma la pena di 3 anni e 6 mesi per gli agenti Enzo Pontani, Luca Pollastri, Monica Segatto e Paolo Forlani, ritenuti responsabili dell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi (e che i quattro non sconteranno perché già bonificata dall’indulto), Rainew24 mandi in onda questo documentario lento e straziante sul viaggio verso la giustizia lungo sette anni di una madre, di un padre e di un fratello minore.

E grazie a internet scopri quasi subito che l’esplosione della tua emozione è solo un pixel di un’onda gigantesca di cuori contratti e catturati come il tuo nel medesimo istante dalle stesse immagini e parole, in un insieme compatto che rende più sopportabili un dolore e uno sgomento altrimenti ingestibili.

Poi il giorno dopo col diaframma ancora in tumulto e una riserva di lacrime in rifornimento, vieni a sapere che sulla pagina di Prima Difesa Due (“FACCIAMO TUTTO PER TUTELARE I DIRITTI UMANI DI CHI INDOSSA UNA DIVISA… NOI DALLA PARTE GIUSTA”, dice la fondatrice Simona Cenni) è scattato lo sdegno accorato dei sostenitori dell”operato degli agenti riconosciuti colpevoli e che in realtà sarebbero le sfortunate vittime della violenza incontrollata di un drogato diciottenne di ritorno da un concerto.

E a colpirti in pieno naso col culo della padella sono più i toni dei contenuti, come sempre avviene quando il disprezzo e l’aggressività decidono di copulare e generare mostri.

In questa volgare guerra di sputi in cui scopri che la madre di Federico avrebbe allevato un cucciolo di maiale, che lei e il marito sapevano e appoggiavano l’utilizzo di droghe da parte del figlio e che con i 2 milioni di euro di risarcimento oggi faranno la bella vita alla faccia dei quattro poliziotti ligi al dovere ai quali hanno distrutto per sempre l’esistenza, il tanfo dell’odio a giustificare l’ingiustificabile che ti assale rimanda all’ottundimento emotivo durante l’ascolto dei commenti fra colleghi intercettati dopo l’assassinio di Carlo Giuliani, la visione delle ferite sul cadavere di Stefano Cucchi, la lettura della perizia medico-scientifica sul corpo martoriato di Giuseppe Uva.

Ogni dettaglio grida giustizia nella vicenda di Federico come nelle altre e se malgrado il manto di omissioni e protezione in questo caso si è giunti alla conferma della condanna, evidentemente condanna doveva essere, con buona pace dei mantra di sdegno di chi parteggia per i robocop sottopagati ai quali il gioco del manganello quella notte è sfuggito di mano.

E che la giustizia sia cosa da aggirare e arginare nella logica di certi ambienti al di sopra delle parti è confermato dall’eliminazione immediata, alla notizia che i genitori di Federico hanno sporto querela, della cascata di commenti offensivi tanto spavaldamente lasciati sulla pagina amica solo poche ore prima (tardi, comunque, le pagine sono state ampiamente fotografate e diffuse sul web).

Non si capacita la fondatrice del gruppo Simona Cenni (quella che difende i giusti), querelata lei stessa insieme a Sergio Bandoli (quello del cucciolo di maiale) e Paolo Forlani (quello condannato che non sta più zitto e sfoga a insulti la rabbia di sette anni di ingiustizie). Chiede di non fare commenti, la Cenni, inutili, la vicenda si commenta da sola dice, e per una volta siamo d’accordo.

Io però avrei una domanda se posso, una domanda incauta e spaventosa che riguarda quello che non sappiamo e non sapremo mai su eventuali casi simili di “allenamento machista in divisa” sulla pelle di figli e fratelli senza genitori e sorelle a chiedere instancabili l’accertamento di verità che sfuggono alla versione ufficiale e gridano il linguaggio dell’intelligenza etica e civile.

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“È stato morto un ragazzo. Federico Aldrovandi che una notte incontrò la polizia” (Filippo Vendemmiati, 2010)

È Stato Morto Un Ragazzo. Federico Aldrovandi Che Una Notte Incontrò La Polizia

Una storia come altre, purtroppo. Storie di morti inutili, di vite ancora da vivere. Storie alle quali non riusciamo ad abituarci, capaci ogni volta di creare sconcerto. Anche perché quell’attenzione mediatica, in genere così abile a spaccare il capello in quattro sui casi di cronaca più clamorosi, riscopre un certo riservato pudore quando gli indiziati sono tra le istituzioni. Storie come quella di Stefano Cucchi, Gabriele Sandri, Riccardo Rasman, Stefano Frapporti, Aldo Bianzino, accomunate dal consueto muro di gomma, fatto di occultamenti di prove, omissioni di atti, false testimonianze da una parte, e la voglia di verità, di chi sa, di chi suppone, di chi non sa, non suppone ma vuole capire. Federico Aldrovandi, diciotto anni, muore il 25 settembre 2005 nei pressi dell’ippodromo di Ferrara, di rientro a casa dopo aver passato una serata con amici ad un concerto al Link di Bologna. I genitori verranno informati dell’accaduto solo il mattino seguente dagli agenti di polizia gli stessi che, allertati dal vicinato per schiamazzi, avevano fermato il giovane più di tre ore prima. Anzi per l’esattezza sarà Nicola Solìto ispettore della Digos di Ferrara, in quanto amico di famiglia, ad identificare per primo il corpo del ragazzo una volta arrivato sul posto. Morto per overdose, diranno gli agenti, ma Solìto è il primo a non vederci chiaro in questa situazione e a consigliare ai genitori di Federico un perito e un avvocato incaricati di aprire l’inchiesta giudiziaria. Le lesioni e le ecchimosi rinvenute sul suo corpo, molte delle quali al volto sono le conseguenze di un pestaggio avvenuto con una forza tale da rompere due manganelli. Ancora una volta, la logica del manganello, l’abuso di potere, hanno avuto la meglio sulla coerenza, l’intelligenza e sulla dignità umana. Ancora una volta quando l’immagine di un’ istituzione che dovrebbe garantire la sicurezza e l’ordine pubblico, viene infangata passando dalla parte del crimine, questa non esita ad usare tutti i mezzi che l’autorità stessa gli conferisce, per negare l’evidenza dei fatti. Storie che ci ricordano di altri tempi, o che forse quei tempi non sono mai passati. Film come questi sono una delle poche voci che la ragione ha per farsi sentire e per farci sperare che almeno in questo i tempi siano cambiati. I quattro agenti responsabili dei fatti, Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri il 10 Giugno 2011 sono stati condannati con sentenza definitiva a tre anni e 6 mesi per eccesso colposo in omicidio colposo. Filippo Vendemmiati ha ricostruito la vicenda in questa inchiesta, filmando testimonianze, interviste, deposizioni e senza scadere nella facile strumentalizzazione di parti. Il film del 2010, dopo essere stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia ha conseguito vari riconoscimenti, tra cui quello di miglior documentario alla recente edizione del “David di Donatello”. E’ stato trasmesso il 21 maggio scorso da Rai Tre, e se ve lo siete persi potete rimediare con l’edizione a cura della Promo Music in DVD + libro. Questo di sicuro non paga per la perdita di un giovane di diciotto anni massacrato barbaramente, ma se non altro serve a sollevare la sua sorte da un senso di inutilità, e a ripagare del loro sforzo chi insieme ai genitori si è battuto per l’affermazione della verità.

http://it.paperblog.com/e-stato-morto-un-ragazzo-federico-aldrovandi-che-una-notte-incontro-la-polizia-475928/

Federico Porta

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