Migrare sì, ma dove? « Mazzetta

Migrare sì, ma dove? « MazzettaPubblicato il 14 giugno 2012

Non è trascorso che un anno da quando il nostro paese sembrava sull’orlo dell’invasione da parte di milioni di africani in fuga dalle violenze che hanno accompagnato le primavere arabe ed è già cambiato tutto. Non è solo una questione di percezione o della sparizione dello sciacallaggio politico sulla pelle dei migranti, crollato a picco insieme al centrodestra e oscurato dai foschi pensieri che porta la grande crisi. L’onda lunga della crisi americana del 2008 ha finalmente investito con tutta la sua potenza l’Europa, che ora rischia di fare la fine della vacca munta dalla rapace finanza americana in cerca di riscatto e anche i flussi migratori ne hanno risentito in maniera sostanziale, tanto che la decisione del governo Monti di tagliare drasticamente l’ingresso di lavoratori nel 2012 è scivolato quasi nell’indifferenza.

 

Non sono arrivati i milioni di rifugiati in fuga dalla guerra e nemmeno i “rifugiati economici”, come sono definiti quanti fuggono “solo” dalla povertà. Il fenomeno ha registrato dinamiche simili un po’ in tutto il mondo, dove all’impoverimento che ha colpito alcune economie ha fatto seguito la fuga o l’espulsione di un grande numero di migranti consolidando una tendenza che già da anni vedeva i saldi migratori in calo.

 

Al calo del potere d’attrazione delle maggiori economie occidentali ha fatto da contrappeso l’avanzare spesso impetuoso di altre economie, che da un lato ha prodotto l’offerta di milioni di posti di lavoro e dall’altra ha ridotto le differenze tra mondi un tempo distanti epoche e non solo chilometri. Si comprende bene ad esempio che lo stimolo ad emigrare per un brasiliano verso gli Stati Uniti o l’Europa sia precipitato, perché abbandonare un’economia pimpante e in crescita tumultuosa per tentare l’avventura in un paese straniero in piena crisi ha poco senso e ancora meno ne ha oggi che la moneta brasiliana si è rivalutata moltissimo su dollaro ed euro. L’esempio vale per moltissimi paesi sudamericani, che negli ultimi anni sono stati investiti da un robusto flusso d’immigrati di ritorno dagli Stati Uniti, dove la crisi ha picchiato duro e dove milioni di americani si sono ritrovati senza lavoro e reddito da un giorno all’altro.

 

L’immigrato di ritorno può essere una risorsa per il paese natale, sempre che incontri condizioni politiche ed economiche che riescano a valorizzarne le competenze acquisite all’estero e sempre che non soffra di un rigetto culturale dopo tanti anni trascorsi lontani dal proprio paese e non riesca più ad accettare le peculiarità e i costumi locali, spesso oppressivi rispetto a quelli sperimentati all’estero. L’immigrato di ritorno può essere anche un peso, perché disoccupato all’estero non disturba e disoccupato in patria ad aggiungersi a già troppi disoccupati invece sì, oltre a risultare una perdita secca sul fronte del flusso di rimesse in valuta pregiata.

 

 

Il fenomeno è vistoso anche in Cina, da dove paradossalmente se ne vanno i più abbienti mentre attira orde di asiatici oltre ad europei, giapponesi e americani a sopperire alla richiesta di lavoro che continua ad essere sostenuta e fatica ad essere coperta da una popolazione che, per quanto numerosa, invecchia a vista d’occhio. Alti e bassi che vedono milioni di persone all’inseguimento del lavoro in giro per il pianeta, in America s’incrociano lungo la direttrice Nord-Sud, in Europa, Asia e Africa invece un po’ in tutte le direzioni, flussi robustissimi all’interno dei continenti e più esigui sul piano intercontinentale, non solo per una questione di distanze, a anche d’affinità.

 

Per la prima volta nella storia si sono poi registrati ingressi illegali di europei in cerca di lavoro nei paesi africani. Alcuni spagnoli sono stati espulsi dall’Algeria, dove vagavano in cerca d’impiego dopo il fallimento dell’azienda per la quale lavoravano in patria e un numero piuttosto robusto di portoghesi ha subito la stessa sorte, respinto dall’Angola, dove la questione delle affinità attira i portoghesi piagati dalla crisi come le mosche al miele. Un’emigrazione che corre incontro a un’Africa che, fronteggiando da anni esodi di dimensioni bibliche tra ricorrenti guerre, golpe, crisi ambientali e carestie, ha sviluppato una sensibilità molto elevata alla comprensione dei problemi dell’emigrazione e lavora da tempo a un allargamento della nozione di “profugo”, necessaria e fondamentale per il reinserimento nella vita di quegli africani che da anni vivono parcheggiati e dimentica in qualche campo per profughi, privi di tutto, spesso anche di documenti e di uno status che non sia quello di esseri umani che non sono più cittadini e che quindi sono spogliati di tutti i diritti di cittadinanza e abbandonati alla benevolenza della carità e degli aiuti internazionali. Tuttavia i primi clandestini europei arrivati allo sbaraglio in cerca di fortuna sul suolo africano, sono stati respinti senza tanti complimenti.

 

L’estensione della qualità di rifugiato non è ancora così ampia da includere i poveri del primo mondo, che comunque in numero sempre più elevato cercano e a volte trovano nell’emigrazione in Africa una condizione migliore di quella domestica.

 

 

C’è in questo caso da notare che per il solito sottile gioco della semantica piegata a un certo suprematismo, gli abitanti del primo mondo che emigrano in cerca di fortuna nei mondi inferiori sono definiti “espatriati” e non emigranti come accade viceversa. Una malapianta subdola e difficile da estirpare e che si perpetua nel tempo e nello spazio, assumendo un’evidenza fisica nei paesi del Golfo, nei quali a certi lavoratori di selezionate nazionalità è garantito in teoria uno status quasi alla pari con i cittadini locali e ad altri è garantita poco meno che la schiavitù o la schiavitù nei casi peggiori. Non che gli occidentali non possano trovarsi in grosse difficoltà, com’è capitato a molti che a migliaia sono dovuti fuggire abbandonando tutto in poche ore e riempiendo i parcheggi degli aeroporti di auto abbandonate, perché le leggi locali quando perdi il lavoro prevedono il blocco dei conti bancari fino a che non hai ripagato l’ultimo dei debiti nel paese o in alternativa il carcere. Regimi impuniti possono questo e altro.

 

Diverso il caso dell’Africa, che resta misteriosa per gli occidentali in genere, ma che offre un ambiente più rustico quanto più rilassato e molti paesi nei quali non si coltiva particolare risentimento per i bianchi, come appunto nel caso dell’Angola, che tra tutte subì la colonizzazione portoghese, l’unica tra tutte quelle europee incline al meticciato e priva di leggi o stigma sociale che proibissero l’incrocio con i locali degradandoli in sostanza a razza inferiore. Una costante e una peculiarità della colonizzazione portoghese, davvero unica sotto questo punto di vista, che si è conservata ovunque nel  tempo e nei continenti un tempo sottomessi al potere di Lisbona e che spiega anche come la naturale attrazione esercitata dalla ricca ex-colonia in pieno boom economico sui disoccupati portoghesi, non trovi ostacoli nella lingua e nemmeno nel risentimento degli angolani.

 

Che dall’indipendenza in poi hanno subito ingerenze di ogni tipo che hanno alimentato decenni di guerre inutili, in confronto alle quali la dominazione portoghese, durata dal 15° secolo, ma formalizzata in colonia sull’intero paese solo nel 1920, non ha lasciato un brutto ricordo, anche se pesa sulla memoria la concessione dell’indipendenza che ha dovuto attendere il crollo del regime fascista di Marcelo Caetano in Portogallo e se pesano 500 anni di dominio durante i quali gli antenati dei portoghesi deportarono milioni di angolani in Brasile per venderli come schiavi ai piantatori. Nel 2011 27.000 portoghesi si sono trasferiti legalmente per lavoro in Angola e nel 2012 sono attesi in 100.000 a segnalare una vera e propria inversione di tendenza già in atto, almeno per quello che riguarda il Portogallo, dei flussi migratori.

 

Pubblicato in Giornalettismo

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