Inceneritore di Malagrotta: “Anatomia di un fallimento annunciato”

Inceneritore di Malagrotta: “Anatomia di un fallimento annunciato”.

Inceneritore di Malagrotta: “Anatomia di un fallimento annunciato”

Con un lungo comunicato il Comitato Malagrotta riaccende i riflettori sull’impianto di gassificazione costruito a fianco della discarica

di Ylenia Sina 14/06/2012
“Era la fine del 2003, quando la notizia del progetto di costruire un inceneritore all’interno della discarica di Malagrotta riaccese un conflitto e una preoccupazione che sembravano superate”. Inizia così il comunicato che il Comitato Malagrotta, che da tempo si batte contro la discarica che da oltre trent’anni ospita i rifiuti della Capitale, ha lanciato stamattina per commentare la situazione del gassificatore di Malagrotta, spento ormai da mesi.

LA STORIA – Il 28 settembre del 2004, nel corso di un’audizione in commissione bicamerale rifiuti, il proprietario della discarica di Malagrotta, l’avvocato Manlio Cerroni, dichiarava in relazione alla messa in funzione degli impianti di trattamento per la produzione di Cdr, il combustibile formato con i rifiuti trattati: “ove fossero pronti i combustori per trasformare in energia il combustibile, il problema dei rifiuti non sussisterebbe”. Così, tra le proteste dei comitati locali preoccupati per le emissioni nocive dell’impianto, l’inceneritore è stato autorizzato il 25 marzo del 2005 con un’ordinanza dell’allora sub-commissario ai rifiuti della regione Lazio, Marco Verzaschi, pochi giorni prima delle elezioni regionali che segnarono il passaggio dalla giunta di centrodestra guidata da Francesco Storace a quella di centrosinistra di Piero Marrazzo, che firmò l’autorizzazione definitiva per poter accendere l’inceneritore il 30 giugno 2008.
Avviato come un impianto sperimentale nell’estate del 2008, il gassificatore di Malagrotta sembra essere arrivato al termine della sue fase di prova. Interpellato a riguardo Sergio Apollonio, presidente del Comitato Malagrotta, storico “nemico” del dominus dei rifiuti romani Manlio Cerroni, pone una serie di interrogativi: “Come mai è spento? Quanti finanziamenti pubblici Cip6 sono stati investiti in questo impianto? Qual è il bilancio, tecnico ed economico, di questi due anni di attività? Perché nel bel mezzo dell’emergenza rifiuti romana, nessuno dice niente a riguardo? “. A sostegno delle sue tesi Apollonio cita la recente risoluzione del parlamento europeo “che prevede entro il 2020 l’abolizione progressiva dell’incenerimento dei rifiuti riciclabili e compostabili. Alla luce di questa scadenza perché realizzare un nuovo impianto come quello di Albano?”

IL RICORSO CONTRO ALBANO – Dopo il via libera del marzo scorso del Consiglio di Stato alla costruzione dell’impianto di gassificazione di Albano, simile dal punto di vista tecnico a quello di Malagrotta, il coordinamento contro l’inceneritore di Albano ha depositato presso la Corte di giustizia dell’Unione Europea un “primo” ricorso contro il progetto del Consorzio ecologico massimetta, Coema, formato da Acea, Ama e Pontina ambiente di Manlio Cerroni. I motivi ce li spiega Daniele Castri, referente legale del Coordinamento contro l’inceneritore di Albano: “Assenza delle prescritte gare d’appalto pubbliche (europee e nazionali), violazione delle norme sulla concorrenza e richiesta illegittima di contribuzione pubblica (Cip6 e certificati verdi)”.
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