I sacchi di Roma – Ripescaggi

I sacchi di Roma – Ripescaggi.

 

Valentina Avon per Left Avvenimenti dell’8 giugno 2007 (dir. A.Purgatori A.Ferrigolo)

Monnezza business. La sporca storia della discarica che deve chiudere e invece raddoppia

Da trent’anni i romani buttano l’immondizia in un grande buco. Malagrotta è il centro di raccolta più grande d’Europa. Il suo proprietario ha costruito sui rifiuti la sua ricchezza e il suo potere. E un gassificatore che entrerà in funzione entro l’anno. Viaggio nell’indifferenza della politica, che ricicla alleanze ma non spazzatura

Se la Capitale non è ancora sommersa dall’immondizia come Napoli, i cittadini romani devono ringraziare un signore che non a caso viene indicato come una delle persone più potenti della città. Manlio Cerroni, narrano i vecchi della zona, pare sia arrivato a Malagrotta, periferia ovest di Roma, nel 1964. Oggi è il proprietario della discarica di rifiuti urbani più grande d’Europa, gestita dalla E. Giovi srl, per metà proprietà dello stesso Cerroni. Che è anche patron del consorzio Colari, che nell’area della discarica sta costruendo un gassificatore, per produrre energia con la spazzatura. Il marchio Cerroni è arrivato, con i suoi impianti di trattamento dei rifiuti, fino in Australia. L’ottuagenario Manlio Cerroni con l’immondizia ha costruito un impero economico.

Sempre secondo la leggenda, tutto cominciò con un inceneritore, quando ancora non si sapeva cosa fossero e che danni producessero, poi chiuso nel 1985. Cerroni con left dell’inceneritore non parla, dice solo che il primo atto amministrativo del Comune di Roma risale al 1975: prevedeva lo scarico di scarti del mattatoio e di vari mercati. E che nel dicembre 1983 la Regione ha rilasciato la prima autorizzazione per la discarica vera e propria. Da allora, pure l’immondizia del papa finisce a Malagrotta, che oltre alla Città del Vaticano serve anche i comuni di Ciampino e Fiumicino.
I camion dell’Ama caricano ogni giorno a Roma, e scaricano a Malagrotta, 4.500 tonnellate di “monnezza”. La Capitale ne produce ogni anno 1.800.000 tonnellate, circa 700 chili a cittadino, un record. Con la raccolta differenziata si recuperano 270.000 tonnellate, sempre all’anno, il 15 per cento del totale (secondo un incalcolabile numero di documenti ufficiali, commissariali e non, di varie amministrazioni e annate, dovrebbe essere almeno a quota 40 per cento). Quel che resta è il cosiddetto “tal quale”: come esce dai cassonetti, così finisce in discarica. Nei 200 ettari di Malagrotta. Da oltre trent’anni. Infatti è esaurita. Da un pezzo. Ma alternative non ce ne sono. Era esaurita nel 2005, quando il vice di Storace, Marco Verzaschi (allora Udc, oggi Udeur e sottosegretario alla Difesa ) concesse il suo allargamento. Esaurita nel 2006 e poi nel 2007, ultima scadenza 31 maggio, ma si è sempre trovato il modo di fare posto alle 4.500 tonnellate quotidiane. L’alternativa è trovarsele per strada, tra un monumento e l’altro, scavalcate da turisti e pantegane. E così in nome della salute pubblica i cittadini di Malagrotta hanno dovuto turarsi il naso. Perché, finita la larghezza, la discarica ha dovuto svilupparsi in altezza.

L’Unione Europea ha deciso che i rifiuti urbani non possono più finire in un buco per terra. Che le discariche vanno chiuse, quello che si può recuperare si recupera e il resto va trattato e bruciato. Tutto ciò nel 1999. L’Italia ha recepito la direttiva nel 2003. Nel 1999 il presidente della regione Lazio, allora era Piero Badaloni, fu nominato commissario straordinario ai rifiuti della città di Roma, per gestire l’emergenza Giubileo del 2000. E ricevette poteri straordinari in tema di recupero, riciclaggio, localizzazione e realizzazione di impianti, con l’obiettivo del ritorno alla normalità. Nel 2000, il commissariamento fu prorogato di un anno. Nel 2001 di un altro anno ancora. Nel 2002, con Storace presidente, l’emergenza fu estesa a tutto il territorio regionale, per la necessità urgente di termovalorizzatori. E via così, di anno in anno, passando per il 2005, quando è arrivato l’attuale presidente della Regione, Piero Marrazzo. Che è tuttora commissario, l’ultimo rinnovo è del 31 gennaio scorso. «Risulta evidente che l’emergenza è stata disposta unicamente allo scopo di determinare la sospensione dell’applicazione delle normative di settore, limitare gli obblighi di concertazione e il principio di ripartizione delle competenze», così ha descritto il commissariamento del Lazio, a metà maggio, in una dura relazione, la Corte dei Conti. In sette anni, è la sintesi, nulla è stato fatto, se non distribuire consulenze. Ogni cronoprogramma è stato disatteso, a partire dalla presentazione, nel 2003, con un anno di ritardo, del piano commissariale. Che  non è mai stato reso noto. Intanto, l’immondizia di Roma ha continuato a finire nella discarica di Malagrotta. Alla faccia dell’emergenza.

Sulla strada i cartelli recitano: «Sito classificato a rischio di incidente rilevante», secondo la legge 334/99 detta «Seveso II». A destra arde la torcia della raffineria più grande del Centro Italia, dove dovrebbe sorgere una centrale a turbogas da 800 Megawatt, il progetto è al ministero dell’Ambiente. A sinistra sorge lo scheletro del gassificatore in costruzione, accanto alla discarica. Brucerà Cdr, combustibile da rifiuti. Frutto del trattamento dell’immondizia, che separa la parte organica da quella secca, che diventa Cdr. Si fa nel Malagrotta 1, che sorge un poco più in là. Inaugurato nel 1999, sarà affiancato, letteralmente, da un Malagrotta 2. E, in senso lato, da altri due impianti di trattamento dell’Ama. Finanziati nel 1999 da Badaloni, uno è operativo dall’anno scorso (Rocca Cencia), l’altro (via Salaria) è ancora in costruzione.

I quattro impianti di produzione di Cdr dovrebbero risolvere questa faccenda della spazzatura capitolina. Ovvero far chiudere la discarica. Data prevista, capodanno 2007. Il condizionale è d’obbligo, perché se Cerroni dice questo, e non è il solo, l’Ama la pensa diversamente. Nella Relazione previsionale 2007 ipotizza infatti che i 4 impianti tratteranno 3.000 tonnellate al giorno, 915.000 tonnellate all’anno. E che quindi, «nonostante gli ambiziosi obiettivi di sviluppo della raccolta differenziata, tale dotazione non sarà sufficiente a garantire il trattamento di tutti i rifiuti indifferenziati prodotti nella città di Roma». Ergo, «l’azienda valuterà la possibilità di dotarsi di un terzo impianto di trattamento». Ma l’Ama «si troverà a gestire un gap impiantistico per il periodo 2007/2009 di 1,8 milioni di tonnellate complessive». Ovvero a portarle in discarica. Grazie a un’altra proroga. Altrimenti, anche se l’Ama non lo scrive, l’unica alternativa sarebbe lasciare la spazzatura per strada. E, come temono gli esasperati abitanti della zona, quelle 600.000 tonnellate l’anno potrebbero finire nell’area di Testa di Cane, una ex cava che confina con la discarica e il parco pubblico di Massimina, dove le ruspe di Cerroni sono già al lavoro. Ampliamento concesso nel 2005. È un buco enorme dove in un giorno di festa, avvertito della presenza di ficcanaso, lo stesso Cerroni, accompagnato dal fido Giovi, si è materializzato a bordo di un Suv per controllare di persona. I giornalisti, si sa, vanno trattati con i guanti bianchi. Gli ambientalisti un po’ meno, anche perché «quando io ero già qui, gli ambientalisti neppure esistevano».

Il gassificatore è in costruzione. Autorizzato nel 2005, godrà dei finanziamenti europei per chi produce energia con fonti rinnovabili, aboliti dall’ultima Finanziaria ma non con effetto retroattivo. E del famigerato Cip6, quota pagata in bolletta dagli italiani con gli stessi presupposti europei, abolita anche quella, visto che i rifiuti non sono certo “fonti rinnovabili”, ma sempre senza effetti retroattivi. Costruito con tecnologia secondo Cerroni «definibile come “gassificazione ad alta temperatura”, ampiamente sperimentata dalle industrie, attuata da anni in numerosi impianti in Giappone».  Entro il 2007 dovrebbe entrare in funzione una prima linea, il completamento è previsto dal proprietario entro il 2009. Marrazzo disse di avere l’intenzione di bloccare la costruzione dell’impianto. Nessuna consultazione con la popolazione, area a rischio, nessuna gara, progetto discusso, di controindicazioni ce n’erano parecchie, ma alle dichiarazioni non seguì nessun atto formale. E nel frattempo sono scaduti i termini per un eventuale ricorso al Tar, come scritto dal senatore Giorgio Pollice, presidente nazionale di Vas (Verdi ambiente e società) in un esposto inviato giorni fa al commissario europeo all’ambiente.

In regione ci sono già due inceneritori per il Cdr, Colleferro e San Vittore, in provincia di Frosinone. A cui si aggiungerà il gassificatore di Cerroni. A cui l’Ama e l’Acea (multiservice per acqua ed energia quotata in Borsa, al 51 per cento del Comune di Roma) vorrebbero aggiungere il loro termovalorizzatore. Per realizzare il quale l’Acea ha formato una società, la Ecomed, con la Pontina Ambiente di Manlio Cerroni. Che ha già un terreno ad Albano Laziale. Con i monopolisti, l’unico modo possibile di averci a che fare, pare che sia farci degli affari. E che Cerroni sia da sempre un monopolista dell’immondizia di Roma, non ci sono dubbi. Se domattina decidesse di chiudere la discarica, getterebbe la città nel panico. «Ma scherza?», reagisce uno sbalordito Sergio Apollonio. Poco più giovane di Cerroni, ancora consulente dell’Onu in materia di sviluppo e agricoltura, vicino di casa della discarica, sta nel comitato Malagrotta, motore di proteste e inchieste che fa parte della più ampia Rete regionale rifiuti, che raccoglie la Cgil come Greenpeace, Legambiente, Wwf e molti altri. «È come se un privato che controlla l’acqua chiudesse di colpo i rubinetti. Non è possibile!». Ecco, appunto.

La Commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti ha ricostruito gli assetti societari delle imprese italiane, e nel 2000 ha scritto: «Va sottolineato come in realtà il mercato dei rifiuti solidi urbani in Italia sia distorto in partenza, ove si consideri che Roma – che da sola rappresenta il 10 per cento della produzione di rsu italiani – vive sostanzialmente in una situazione di monopolio, sia per quanto riguarda le fasi della raccolta e del trasporto che quella dello smaltimento. L’ex azienda municipalizzata – Ama, ora trasformata in Spa – agisce solo a Roma, ma ciò solo le consente di essere la maggiore azienda del settore in Italia». I monopolisti, qualcuno li fa e loro si accoppiano.

Continua la Commissione: «Lo smaltimento avviene quasi integralmente nella discarica di Malagrotta. Inoltre, lo stesso gestore della discarica controlla gli impianti per la selezione della raccolta differenziata ed ha naturalmente presentato un progetto per la realizzazione di un termodistruttore». Ma i monopoli, si sa, hanno anche controindicazioni: «Questa assenza di concorrenza fa sì che la raccolta differenziata non riesca a superare il 7 per cento e che il resto dei rifiuti finisca tutto nella citata discarica. A prezzi che rendono di fatto non competitiva qualsiasi altra soluzione». È l’altra faccia di ciò che Cerroni, interpellato da left, ha rivendicato: «I nostri costi sono in assoluto i più economici. Malagrotta, che da oltre 25 anni tratta i rifiuti e i fanghi prodotti dalla città, oltre ad aver assicurato notte e giorno il servizio, ha fatto risparmiare oltre un miliardo di euro».

Il piano rifiuti del commissario Marrazzo  è appena stato depositato negli uffici del ministero dell’Ambiente di Pecoraro Scanio. Che darà una risposta ufficiale mercoledì prossimo. Ma che ha già trasmesso un elenco di obiezioni. Se Marrazzo parla di raccolta differenziata, il ministero replica che nel documento non sono indicate le misure necessarie a raggiungere gli obiettivi prefissati in Finanziaria: 50 per cento della spazzatura entro il 2009, almeno il 60 per cento entro il 2011.

Se il commissario scrive di impianti di produzione e di smaltimento di Cdr, la risposta sollecita «la necessaria analisi comparativa di costi e benefici» dei vari sistemi. E ridimensiona le cifre. Per la produzione: «Il documento la stima in circa 700.000 tonnellate anno», undato che cozza con «la percentuale obbligatoria di raccolta differenziata del 60 per cento da conseguire entro il 2011», il che significa che la quantità di Cdr «non dovrebbe superare le 500.000 tonnellate anno». E per gli impianti: «Si rammenta che lo Stato italiano è già stato oggetto di parere motivato da parte della Commissione europea, che ha constatato che per la Regione Lazio non è stato comunicato un piano di gestione dei rifiuti comprendente i luoghi o impianti adatti per lo smaltimento dei rifiuti».

Un modo gentile per chiedere a Marrazzo di non fare la stessa figura di Storace. Con una stoccata finale, il consiglio di coinvolgere nella pianificazione «oltre a quella di Enea, anche la collaborazione di altri enti di ricerca, quali Apat e Iss». Ovvero l’agenzia governativa di Protezione ambientale e l’Istituto superiore di Sanità. Giusto per chiarire di cosa stiamo parlando. E per conto di chi.

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